Il sorprendente Metodo Classico di Zagarolo

Il sorprendente Metodo Classico di Zagarolo
23 gennaio 2018 Nicoletta Loreti

Wine Notes Di

Che a Zagarolo si producano bottiglie di Metodo Classico per me è già una notizia. Il fatto che siano pure buone aumentano lo stupore e la sorpresa. L’azienda in questione ha un nome: La Cantina del Tufaio. Ve lo do io il promemoria!

Proprio così, mi stavo messaggiando con un mio amico produttore friuliano, attraverso la pagina Facebook di Radio Bottiglia (mettete like, please), il quale mi ha passato la dritta. Non ci potevo credere, ma la fonte era assolutamente affidabile (Luca Fedele), e così mentre mi trovavo in un bar di Vienna sorseggiando Gruner Veltiner, ho preso il telefono e ho chiamato: “È un problema se dopodomani passo da voi?”. La risposta dall’altro capo del telefono: “Nessuno problema, meglio la sera, perché la mattina vendemmiamo”. Deal. La persona con cui avevo parlato al telefono era Claudio Loreti, colui che ha avviato la piccola azienda di Zagarolo e che la gestisce assieme a sua figlia Nicoletta.

Due giorni dopo, come promesso, eccomi in macchina sul Gra, sperando di lasciarmi i nuvoloni neri e carichi di pioggia alle spalle, mentre sono diretto verso il piccolo borgo laziale.

Che Zagarolo sia un luogo di vino non è certamente una sorpresa. È dai tempi degli antichi romani che su quelle colline si coltiva vitis vinifera. Purtroppo negli ultimi anni la fama del vino locale è tremendamente crollata. Ci sarebbe un discorso serio da fare sulla Doc di Zagorolo e sulle altre del Lazio, per un loro rilancio, ma non sarà questa l’occasione. Invece voglio ricordare come nei territori dove mi sto dirigendo si fa un vino storico, che ormai non si beve quasi più: la Romanella.

Bistrattata dai professoroni e critici, non ha un vero e proprio disciplinare, eppure questo vino è stato per secoli la gioia e l’allegria di giovani e vecchi attorno a una tavola imbandita.

Cosa c’entra la Romanella con un Metodo Classico? Niente, assolutamente, c’è un abisso tra i due. Eppure in questa storia qua, questi due soggetti sono collegati. Perché è proprio dal vino più umile e più contadino d’Italia che Claudio Loreti, più di trent’anni fa, pensò di fare le cose in grande. Era astemio, aveva già una professione, lavorava in giro per l’Italia, soprattutto a Milano. Eppure per una sfida col padre nacque l’impresa e un’idea di business.

Il Tufaio Pas Dosè

“Fuori dalle righe”. Per fare un metodo classico in quelle zone, Claudio, ha dovuto seguire un consiglio audace del professor Antonio Calò, uno dei più autorevoli studiosi delle tematiche legate alla vitivinicoltura. Doveva osare, ovvero piantare una varietà che con il Lazio c’entra poco o niente: il Pinot Bianco. Questa varietà viene assemblata assieme allo Chardonnay (30%) e alla Malvasia laziale (10%). Il risultato è una bollicina – Pas Dosè – delle più eleganti, che ha complessità e struttura. Davvero un bel mix, sorprendente. Elegante, fine, con un bel perlage.

Se fosse senza etichetta si potrebbe scambiare per un eccellente champagne. Ma viene da Zagarolo.

Alla Cantina del Tufaio si fa tutto artigianalmente. Lo sanno bene le mani di Claudio, curve, che ormai hanno preso la forma delle bottiglie. Dal remuage, alla sboccatura à la voilè.

La bottiglia che ho assaggiato aveva fatto il dégorgement appena qualche giorno prima, quindi ancora era un po’ troppo giovane – sarebbe dovuta rimanere in cantina per almeno un mese o due -, eppure era già molto espressiva, con una bella mineralità e dei primi sentori floreali. Con un finale adeguato, lungo. Una bottiglia che consiglio come aperitivo, da accompagnare a un bel tagliere di formaggi. 

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